Siria

Quotidianità opprimente a Damasco

Markus Mader, direttore della CRS, ha incontrato a Damasco i collaboratori e i volontari della Mezzaluna Rossa arabo-siriana (SARC). Leggendo il suo racconto si capisce che la quotidianità della guerra esiste davvero. E che il ruolo della SARC è fondamentale.

A fine aprile 2017 mi sono recato in Medio Oriente. Prima in Giordania, come membro della Commissione consultiva per la cooperazione internazionale del Consiglio federale, e poi in Libano e Siria, in veste di Direttore della CRS. Fare tappa in Siria era d’obbligo: da un anno, infatti, la CRS è presente nel Paese per fornire assistenza medica di base. Il tragitto tra Beirut e Damasco è più corto di Berna-Zurigo. Ma l’autostrada verso il confine libanese, considerata zona sicura, è deserta.

Fino a poco prima della capitale nulla, tranne i numerosi posti di blocco lungo la strada, lascia supporrre che questo è un Paese in guerra da oltre sei anni. Ci viene detto di tirare dritti fino a Damasco. Se non fossi un operatore della CRS, probabilmente non avrei mai ottenuto il visto. Valuto il rischio cercando di essere razionale, come la maggior parte di quelli che sono abituati a viaggiare per lavoro in zone di crisi. Da giovane sono stato spesso in Paesi in conflitto per conto del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), quindi so come ci si deve comportare. Bisogna tenere sempre gli occhi aperti ed evitare luoghi affollati. Ma la migliore protezione è quella che mi viene offerta dalla nostra organizzazione partner, che di queste cose se ne intende: la Mezzaluna Rossa arabo-siriana (SARC).

Se non fossi un operatore della CRS, probabilmente non avrei mai ottenuto il visto.

I collaboratori e i volontari mi accolgono calorosamente e mi mostrano la clinica gestita dalla SARC. Incontro la famiglia di una bambina che qui viene curata gratuitamente. Come molti altri loro connazionali, i genitori sono scappati insieme ai figli dalle zone dove infuriano i combattimenti e si sono rifugiati a Damasco. Nessuno parla esplicitamente della guerra civile, ma la tensione è palpabile. Eppure fuori le vie sono piene di gente indaffarata nel solito tran tran quotidiano: i bambini vanno a scuola, gli adulti al lavoro, ci sono donne che fanno la spesa. Sembra tutto così normale e al tempo stesso così strano. All’incirca al mio arrivo, dall’aeroporto di Damasco decollano aerei che sganciano bombe sui pochi quartieri ancora in mano all’opposizione, a soli 5 km da dove mi trovo. Contrasti che mi è già capitato di vivere in zone di conflitto. Quando non ha scelta, l’essere umano finisce per adattarsi. E anche le cose più brutte diventano normali. Scioccanti nella loro normalità.

Negli uffici della SARC incontro Khaled Hboubati, nuovo presidente da pochi mesi. La prima impressione è favorevole, mi sembra un tipo pragmatico, uno che vuole smuovere le cose e che sa quanto valgono i principi della neutralità e dell’indipendenza, soprattutto in guerra. Neutralità significa ad esempio che i centri di assistenza sanitaria vengono sistematicamente ripristinati e sostenuti al di qua e al di là delle linee del fronte, nei territori controllati dal governo e in quelli in mano all’opposizione. Hboubati è consapevole di questa responsabilità, me ne rendo conto da come parla. «La solidarietà del popolo svizzero ci infonde coraggio», dice ringraziandomi. Mi spiega anche che negli ultimi sei anni la SARC è molto cresciuta per cercare di soddisfare al meglio i bisogni più urgenti della popolazione civile. In tutto il Paese operano circa 8000 volontari, anche nelle zone occupate dallo Stato Islamico. Purtroppo 63 hanno pagato il loro impegno con la vita. Gli operatori sanitari volontari portano l’uniforme con la mezzaluna rossa, emblema forte che li protegge in quanto soccorritori neutrali e che li motiva ancora di più a svolgere una missione piena di rischi come quella che hanno scelto.

In futuro, grazie alle donatrici e ai donatori svizzeri, ci impegneremo ancora di più in Siria.

Secondo una stima dell’ONU, in Siria 13,5 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti umanitari. Oggi la SARC è una delle poche organizzazioni ad avere accesso diretto alle vittime del conflitto in tutto il Paese. Nelle zone di guerra non c’è mai garanzia che i soccorsi arrivino dove le necessità sono effettivamente maggiori. Tuttavia sono convinto che, se vogliamo davvero aiutare i civili che soffrono, possiamo e dobbiamo fidarci della SARC. L’obiettivo della CRS è essere vicina ai soggetti più vulnerabili per assisterli con rapidità ed efficienza. In futuro, grazie alle donatrici e ai donatori svizzeri, ci impegneremo ancora di più in Siria. Ci tengo ad assicurare al presidente della SARC che noi, in quanto CRS, rispecchiamo i valori svizzeri: non siamo un partner di grandi dimensioni ma siamo affidabili e vogliamo esserci, anche a lungo termine. Persino quando, magari tra qualche anno, il conflitto cadrà nel dimenticatoio. Lo dobbiamo a chi soffre, ma anche ai volontari della SARC, la cui instancabile abnegazione dopo oltre sei anni di guerra è un esempio per tutti noi.